Quando ci penso mi fa sorridere.

Il termine impronta digitale, intendo. Perché mi riporta al mondo dei gialli più semplici, quelli dei fumetti dove la soluzione arrivava poche tavole dopo che il crimine era stato consumato; o quelli di certi b-movie dove si faticava a trovarla ma alla fine era lì, l’impronta digitale, sul bicchiere, sul gioiello, sulla finestra, comunque pronta ad inchiodare il colpevole, spesso di professione maggiordomo. O anche mi riporta a quei gialli, sicuramente più rispettabili e significativi, di Agatha Cristhie, in particolare la serie con Poirot, che ha un taglio più scientifico rispetto a quella targata Miss Marple. L’impronta digitale come momento chiave per individuare il reo, nella letteratura e nella cinematografia contemporanea, è qualcosa che non funziona più, non ha più quel valore fondamentale, determinante, assoluto. Sembra troppo semplice, poco spettacolare; di sicuro non appare così determinante come può risultare invece, che so, la prova del dna o il video delle telecamere di sicurezza sparse un po’ ovunque nelle nostre città. O perfino la prova più sinistra e inquietante, perché ci ricorda che non siamo mai soli, quella della cella telefonica del nostro smartphone.

Anche perché, senza essere necessariamente assassini, ladri o truffatori, le nostre impronte le lasciamo dappertutto. Inconsapevolmente. Incolpevolmente.

Come facciamo a sapere che non ci sia proprio la nostra, sul bancone di quel bar dove hanno commesso un crimine. O sulla maniglia di quella banca che è stata rapinata.

Semplice: non possiamo saperlo né noi né chi indaga fin quando la nostra impronta non viene schedata. Fin quando, dunque, non abbiamo dato luogo quantomeno a qualche sospetto.

La grande differenza tra una mera impronta digitale e la carbon footprint sta tutta qua: c’è una schedatura a monte, c’è un riferimento con cui si è obbligati a misurarsi e davanti al quale siamo tutti potenzialmente colpevoli.

E quando dico tutti, non sto parlando solo delle aziende, le uniche in qualche modo capaci di individuarla, questa impronta di carbone, di misurarla.

Lo siamo anche noi individui che su questa terra nasciamo, camminiamo, consumiamo, viaggiamo e lasciamo il segno.

Sempre più consapevolmente, va detto.

E quindi con ansia crescente: non fa piacere sentirsi colpevoli.

Per questo, conforta sapere, fuori da ogni piaggeria legata alla natura di questo webmagazine, che gruppi organizzati di aziende abbiano avuto il merito non solo di individuare una strada capace di ridurre questa impronta, ma soprattutto che su questa riduzione abbiano creato valore, sviluppando business.

I dati presentati in questo numero di BeCircular ci confermano la qualità dell’idea che è all’origine di Firi: mettere a sistema, valorizzare e incrementare il percorso di raccolta e recupero degli imballaggi, creando un alone positivo sia sulle aziende che fanno parte dell’associazione, su tutto il comparto industriale che ha bisogno degli imballaggi e sul l’intero ecosistema nel suo complesso, noi piccoli e sporchi consumatori compresi.

È come se invece di puntare sul colpevole, sul cattivo della situazione, l’impronta stia lì ad indicarci da che parte stanno i buoni.